L’employee brand advocacy è uno strumento potente perché nasce da un presupposto semplice: le persone sono la voce più credibile di un’azienda. Quando i collaboratori raccontano il proprio lavoro, i progetti, la cultura che vivono ogni giorno, il messaggio che arriva all’esterno è autentico, umano e difficilmente replicabile con una comunicazione istituzionale. 

Proprio perché si fonda sulle persone, richiede attenzione. Non è un’attività che può procedere in automatico: quando perde connessione con la strategia, con il racconto e con chi vi partecipa, continua a esistere ma smette di generare valore. 

I segnali da non sottovalutare 

Nel tempo, anche i programmi più strutturati possono mostrare alcune fragilità. Non emergono in modo evidente, ma si manifestano gradualmente, nel racconto e nel modo in cui le persone vivono l’iniziativa. Segnali discreti, ma importanti, che aiutano a capire quando è il momento di fermarsi e rimettere a fuoco il senso dell’iniziativa. 

In queste fasi, l’employee brand advocacy non smette di funzionare, ma cambia natura. Continua a produrre contenuti e partecipazione, mentre perde progressivamente profondità e riconoscibilità. È proprio questa continuità apparente a rendere il cambiamento meno visibile, e quindi più difficile da riconoscere. 

La distanza tra racconto e vita aziendale 

Una criticità che spesso emerge con il tempo riguarda il racconto che viene proposto all’esterno. I contenuti continuano a essere coerenti con il brand, curati nella forma e allineati ai messaggi aziendali, ma iniziano a perdere contatto con ciò che le persone vivono davvero nel loro lavoro quotidiano. 

Non è una questione di qualità, ma di aderenza. Quando il racconto resta fermo mentre l’organizzazione cambia, cresce o attraversa nuove fasi, diventa più difficile per i collaboratori riconoscersi in ciò che viene condiviso. Le storie raccontate finiscono per restituire un’azienda che non coincide più del tutto con quella che le persone vivono. 

La mancanza di un sostegno continuo 

Un’altra fragilità si manifesta quando l’employee brand advocacy viene avviata con entusiasmo, ma non accompagnata nel tempo. Il programma parte, viene comunicato e attivato, ma poi procede senza momenti di verifica, ascolto o adattamento. In queste condizioni, rischia di reggersi più sulla buona volontà delle persone che su una struttura capace di sostenerle davvero. 

Con il passare dei mesi iniziano a emergere incertezze: cosa condividere, che valore ha il proprio contributo, quale impatto produce. Senza indicazioni chiare, senza strumenti che rendano visibili i risultati e senza un supporto continuo, la partecipazione tende a perdere intensità. 

A questo si aggiunge spesso una proposta di materiali poco varia, che rende più difficile per le persone riconoscersi nel racconto. 

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Il ruolo degli strumenti nel rendere l’advocacy sostenibile 

Un altro segnale emerge quando l’employee brand advocacy viene gestita senza strumenti pensati per sostenerla nel tempo. L’iniziativa esiste e le persone partecipano, ma la gestione quotidiana si basa su approcci diversi tra loro, processi poco strutturati e indicazioni poco chiare. In questo scenario, partecipare richiede uno sforzo costante, sia per chi coordina il programma sia per chi vi prende parte. 

Senza un punto di riferimento condiviso, diventa più difficile mantenere continuità nel racconto, capire cosa è davvero rilevante condividere e dare valore al contributo individuale. La partecipazione resta possibile, ma tende a essere meno fluida e più faticosa, con il rischio di affievolirsi nel tempo. 

È a partire da queste esigenze che Brand Booster, la piattaforma sviluppata da Bewe, si inserisce nei programmi di employee brand advocacy. Non come semplice strumento operativo, ma come supporto che semplifica l’esperienza: centralizza i contenuti, facilita la condivisione e permette di osservare l’andamento del programma, aiutando aziende e persone a rendere l’advocacy più sostenibile e coerente nel tempo. 

L’employee brand advocacy raramente perde efficacia perché smette di funzionare. Nel tempo, può accadere che il racconto si allontani dalla realtà delle persone, che la partecipazione diventi meno spontanea e che il programma inizi a risultare faticoso da sostenere. Sono segnali che invitano a fermarsi e a rivedere il modo in cui l’iniziativa viene portata avanti. 

In questi momenti, strumenti come Brand Booster aiutano a riportare semplicità e continuità, senza togliere centralità alle persone. Perché l’advocacy funziona davvero solo se resta chiara, accessibile e coerente nel tempo.

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